I Protagonisti del Laboratorio L’Avventura di latta

Di seguito i testi, raccolti da Danila Sanniola e Vincenzo Avolio, volontari dell’Associazione Samp & Diop, tracciano alcuni profili dei migranti protagonisti di “Culture in volo”.
Si tratta di semplici toccanti testimonianze, raccolte dalla loro viva voce e qui riportate fedelmente.

 

Tiamoko, 22 anni, Mali

Tiamoko

“Io sono Tiamoko, ho 22 anni, sono nato a Faraba, un villaggio vicino alla città di Sikasso, nel Mali. Il mio bua, mio padre, Maliki aveva una bottega dove vendeva cereali, mia madre Salmata lavorava in casa. La nostra casa era di una sola stanza, a piano terra. Sono figlio unico, non sono andato a scuola. Tutto il giorno aiutavo il mio papà e la mia mamma. Qualche volta giocavo per strada a pallone con i miei amici. Senza scuola non ho trovato lavoro e così a 13 anni sono andato a Bomako (la capitale del Mali ndr) dove ho lavorato in un ristorante: lavavo i piatti e aiutavo a cucinare. A 15 anni sono andato in Libia, ho lavorato in una fabbrica di bicchieri. Nel 2011 con la guerra sono scappato e con una grande barca – con me c’erano più di 400 persone – sono arrivato a Lampedusa e dopo pochi giorni con un pullman ci hanno portato a Napoli. Era il mese di giugno, a luglio ho compiuto 19 anni. Siamo stati ospitati in un albergo vicino piazza Carlo III per quasi due anni. Non ho imparato nessun mestiere. Sono andato in una grande scuola per imparare l’italiano ma non capivo niente e non ci sono andato più. Da un anno frequento la Scuola “Samb & Diop” e il Laboratorio di artigianato di Marco. Mi piace stare con tante persone di Paesi diversi. Qui si ride spesso e penso che chi ride sia una brava persona. Sono sette anni che non vedo i miei genitori e da quando sono a Napoli non li ho più sentiti perché durante il viaggio ho perso i numeri di telefono. Ricordo che mia madre mi diceva sempre “cose buone”, mi mancano le sue parole di aiuto e di guida… E anche la sua cucina, soprattutto il riso con i fagioli. Il lavoro che sogno è fare l’avvocato. Mi piace molto sentire parlare in napoletano e lo vorrei imparare”.

 

Idriss, 24 anni, Ciad

Idriss

“Io sono Idriss, ho 24 anni, sono nato il 2 maggio, ad Abéché la città più importante dopo la capitale, in Ciad. Mio padre Halou lavora in una fattoria con cavalli e mucche, e mia madre Zenaba lavora in un negozio di vestiti da donna con le mie sorelle. Ho tre fratelli e due sorelle tutti sposati. Ho frequentato per due anni la scuola coranica dove ho imparato un poco a scrivere l’arabo. A 16 anni con sette amici e una macchina, dopo una settimana di viaggio, siamo entrati in Libia. Mi ricordo il deserto, il vento e auto arrugginite abbandonate nella sabbia. La Libia è bella, è un paradiso, mi mancava solo la famiglia. Lì ho lavorato prima come cameriere in un ristorante, dove ho imparato a cucinare bene, e poi come saldatore. Poi è iniziata la guerra e non c’è stato più rispetto per noi neri. Ho deciso di andare via con quattordici compagni, ognuno ha pagato duemila dollari. Su una nave a due piani con 2200 persone. Nessuno ha potuto portare niente con sé, solo un po’ d’acqua e delle sigarette. Ho tagliato la suola delle mie scarpe per mettere qualche soldo che avevo risparmiato. Sulla nave mancava l’aria, i vapori di scarico del motore erano asfissianti. Due giorni e otto ore in mare. Non piace ricordarlo: ho visto quattro morti con i miei occhi ma sono morte tante altre persone. I più deboli e malati venivano buttati in acqua. Eravamo così tanti che ho visto persone sedersi su altre svenute. Finalmente a Lampedusa ci hanno dato da mangiare e abbiamo fatto una doccia. Fanno davvero una cosa bellissima! Un’altra nave ci ha portato a Napoli. I miei quattordici compagni ora sono per l’Europa. Solo io sono rimasto a Napoli. Se pensavo che l’Europa era così io non venivo, ma in Libia ci dicevano che qui si poteva trovare lavoro; invece ho visto che lavoro non c’è. Amo Napoli, è come se fossi a casa, e se vado in altre città d’Italia è diverso, Napoli mi manca. La gente di Napoli è aperta, al Nord sembrano più tristi. Ora ho trovato un lavoro ma soprattutto tanti amici. Mi manca tanto la mia famiglia, da otto anni non li vedo. Voglio lavorare e guadagnare per mandare i soldi per costruire una casa e tornare in Ciad… Questo è il mio sogno, la casa per noi è troppo importante. Poi vorrei trovare una fidanzata, ma la posso trovare qui e lì…”.

 

Amadou, 42 anni, Senegal

Amadou

“Io sono Amadou. Vengo da Dakar, in Senegal, dove sono nato il 26 novembre 1972. Mia madre si chiama Kumba, non lavora, e mio padre Mamadou, ora pensionato, prima guidava pullman. Ho due sorelle e due fratelli, uno vive e lavora a Ravenna. Dai 7 ai 17 anni ho frequentato la scuola coranica a Gesan e a Diourbel perché mio padre diceva che fuori la capitale avrei avuto una migliore educazione e poi la vita è più tranquilla e le persone sono buone. Ho studiato la religione musulmana nella mia infanzia e sono stato tanti anni lontano dai miei genitori. A volte tornavo a casa per la grande festa del Magal a Touba (1), poi piangevano tutti al momento dei saluti. Spesso giocavo con i miei amici a Lamb, lo sport nazionale senegalese. Dopo la scuola sono tornato a Dakar e qui ho lavorato come sarto e poi in una fabbrica di parrucche.
Io sono stato fidanzato varie volte però non è andata bene, perché non avevo tanti soldi e un buon lavoro e non mi trovavo bene con le famiglie. Un giorno mia mamma ha deciso che ero diventato grande, e mi ha fatto conoscere la figlia di sua sorella, educata, brava, buona come sposa. Io l’avevo vista altre volte ma non pensavo a lei come moglie. Lei si chiama Yasir. Lei non si è opposta, ha detto: “il sangue è lo stesso, sei come un fratello per me”. Un giorno sono andato a casa a presentarmi ai suoi ufficialmente. Poi è passato un mese senza vederci. Ci siamo rivisti il giorno del matrimonio e lei è venuta a vivere a casa nostra. Io avevo 30 anni, lei 23. Qualche volta Yasir lavorava con me in fabbrica, ora sta casa.
Abbiamo avuto 4 figli: 3 maschi e 1 femmina. Ho perso un figlio quando ero da sei mesi in Italia, aveva cinque anni. Mi chiama mio fratello e mi dice che il bambino è molto malato. Mi ha chiamato dopo due ore e ha detto che è morto. Ora i miei figli hanno 7, 10 e 12, vanno tutti a scuola e al telefono sempre mi chiedono: “Papà quando vieni?”. Io rispondo…….. “dopo”.
Sono venuto in Italia nel 2009. Prima però ad Istanbul, ad Atene tre mesi, a Madrid 15 giorni. Tutto questo perché non c’era il visto per l’Italia. Ho scelto l’Italia perché qui c’era mio fratello dal 1999. Sono stato con lui due anni a Ravenna ma non ho trovato lavoro, non era possibile senza documenti. Allora sono venuto a Napoli, dovevo lavorare per guadagnare, avevo moglie e bimbi a casa. Mi sono trovato bene per la gente, non ho trovato problemi di razzismo… Non molto almeno…
Ho conosciuto persone molto gentili, anche se continuo a non avere soldi.
Penso tantissimo al Senegal. Ho mia madre malata ora e non so quando potrò ritornare per vederla.
Il mio sogno ora è avere soldi e documenti. Dio è grande, la vita è dura, mi aiuterà.
Mia moglie mi chiede sempre soldi, non ha capito niente di com’è difficile, molto difficile, lavorare e non guadagnare niente. Non so domani cosa succederà. La mia vita gira attorno alla bancarella, la Scuola d’italiano (Centro Missionario Diocesano – Associazione Samb & Diop ndr), il Laboratorio (L’avventura di latta) e casa. Mi piace frequentare il Laboratorio: piano piano sto imparando un nuovo lavoro, perché la bancarella non è un lavoro rispettabile, non è per le persone. Qui nella Scuola ho trovato madre, padre, fratelli, sorelle. Ho tutto in questa Scuola: niente distanza tra noi e loro”.

(1) Il Gran Magal de Touba è una cerimonia di commemorazione della partenza in esilio del venerato Cheikh Bamba Mbacke, guida spirituale e servitore del Profeta Maometto. Si tratta del più importante evento religioso della tradizione islamica del Senegal. In questa occasione la grande Moschea di Touba, accoglie in tre giorni oltre due milioni di pellegrini che accorrono a visitare la tomba dello Cheikh.

 

Adam, 27 anni, Ghana

Adam

“Mi chiamo Zuhair Adam ma tutti mi chiamano Adam perché è più facile! Sono nato il 15 giugno ad Accra, in Ghana. Abubakar, mio padre, è un insegnate di arabo, mia madre Safuratu vende stoffe. Io sono il maggiore di quattro fratelli, vanno tutti a scuola. Anche io sono andato a scuola fino a 17 anni, scuola araba e inglese, mi piaceva, ma i miei genitori non hanno avuto la possibilità di mantenermi. Riso, carne e pomodoro e altri ingredienti è il mio piatto preferito che mi cucinava mamma… E mio padre mi diceva sempre di mangiare con la destra anche se sono mancino, perché da noi è come… non educato. Finita la scuola, sono andato a lavorare come muratore. Ho lavorato grazie a mia zia che aveva un contatto, altrimenti è impossibile in Ghana. Mi piaceva il mio lavoro, ricordo una bella atmosfera, costruivo case. Poi, dopo un anno non mi hanno rinnovato il contratto e quindi ho deciso di viaggiare. Ho preso un pullman per andare in Burkina Faso, poi un altro per il Niger. Per arrivare in Libia ho camminato due giorni nel deserto. In tutto, un mese di viaggio. Dal mio Paese sono partito con altri amici. Il primo giorno nel deserto ci hanno derubato di tutto: soldi, cibo. Ci hanno picchiato… Porto ancora delle cicatrici sul volto. Non pensavo mai potesse succedere una cosa del genere. Abbiamo aspettato che facesse giorno per ripartire. Non so come siamo sopravvissuti, ma sono arrivato in Libia. Ho trovato subito lavoro sempre come muratore. Avevo 19 anni. La Libia era economica: acqua, luce erano gratis e c’erano tante possibilità. Mi sembrava l’Europa perché è piena di luci. È un bel Paese. Ci ho vissuto 4 anni, ho lavorato anche in una fabbrica di legno.
Poi è scoppiata la guerra, problemi interni, l’intervento degli Stati Uniti. I Libici erano contro noi Africani migrati perché dicevano che appoggiavamo il governo. Potevi essere sparato per strada. L’unica alternativa era l’Italia. Impossibile tornare in Ghana perché le frontiere erano chiuse. Ho chiesto aiuto anche all’Ambasciata, ma niente. Ci siamo imbarcati. Sono scappato ma non sapevo se sarei sbarcato a Malta o in Italia, dipende dalle correnti. Due giorni di viaggio, ed è anche successo che la barca si è fermata perchè si stava riempendo d’acqua. Abbiamo pregato tanto. Ho avuto paura, ho pensato di morire. Per fortuna sono arrivati i soccorsi. Ho pagato 700 dollari per partire, i soldi me li ha prestati un amico dopo che in Libia ho subìto delle aggressioni.
Il 24 giugno 2011 sono arrivato a Lampedusa. Ricordo che ci hanno curato, dato cibo e un letto. Stavo molto male con la pancia. Il giorno dopo ci hanno portato a Manduria, un mese lì, in un campo. Poi siamo venuti a Roma: ci sono rimasto due anni. Non è stato facile avere i documenti e lo status di rifugiato. Non ho mai lavorato a Roma. Avevo degli amici a Napoli e ho deciso di raggiungerli.
Vivo qui da un anno e mezzo. Ho lavorato come raccoglitore nei campi, muratore, lavapiatti e un po’ di bancarella. Ora due giorni a settimana faccio le pulizie in un ristorante a Baia. Vivo a Castelvolturno. Siamo tanti in casa.
Ho bisogno di lavorare di più. Non posso fare nulla altrimenti. Se volessi sposarmi non potrei. Ogni tanto chiamo la mia famiglia, loro sempre pregano che io possa sistemarmi… Infatti non mi chiedono di inviare soldi.
Prima sogno un bel lavoro, poi di sposarmi”.